“Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione”

07.02.2017 13:07

 In Giappone li chiamano hikikomori.

 Lo psicoterapeuta del Minotauro di

 Milano Antonio Piotti usa più di frequente

 la definizione di “ritirati sociali”.

 Fatto sta che il fenomeno è corposo

 e a tratti preoccupanti. Secondo le

 stime del professore  sono tra i 60mila

 e gli 80mila i casi in Italia: adolescenti

 che si chiudono nella loro stanza, restano

 giornate intere al computer, rifiutando di

 andare a scuola e in generale di uscire. Un

 problema poco studiato e sul quale le ricerche 

latitano. Ma che Piotti affronta da anni e sul 

quale ha scritto due libri: “Il banco vuoto. 

Diario di un adolescente in estrema reclusione”

 e il più recente “Il corpo in una stanza. 

Adolescenti ritirati che vivono di computer”

, entrambi editi da Franco Angeli.


Professore, i ritirati sociali c’erano anche una

 volta?


“Sicuramente meno. La questione centrale

 è che siamo immersi in una cultura che 

esalta la bellezza, l’esibizionismo, l’apparire.

 Chi si sente brutto, inadeguato, goffo o non

 capace socialmente prova una sensazione 

bruciante e fallimentare. Scappa, si isola, 

cerca di proteggersi dentro casa”.


Chi sono i più colpiti?


“Il fenomeno colpisce soprattutto i giovani

 

 tra i 15 e i 20 anni. E in particolare i maschi. 

Sono adolescenti che si vestono spesso come 

vogliono le mamme, che non hanno assunto

 il look della loro età, che sono per molti versi

 ancora bambini e che vivono una condizione 

di blocco verso i coetanei, sia dello stesso 

sesso che del sesso opposto”.


Qual è il tratto comune in chi soffre del 

problema?


“La fobia scolare, che non ha nulla a che 

con il rendimento scolastico. Per i ritirati 

sociali è intollerabile presentarsi a scuola, 

entrare in relazione con i compagni e gli 

insegnanti. La scuola fa rima con vergogna 

sociale”.
 

compagno da frequentare: con quali esiti?


“Da un lato la rete consente una ripresa:

 lì si possono fare le esperienze che fuori

 non si fanno, si vivono le relazioni che 

con il corpo non vengono vissute, si 

costruiscono immaginari altrimenti 

inaccessibili. Ma la rete è anche minacciosa: 

mentre protegge, continua a escludere. 

E diventa sempre più difficile uscire dalla

 propria condizione”.


I ritirati sociali sono oggetto di derisione e 

pregiudizio da parte dei coetanei?


“Non tanto. Tendono a essere trasparenti, 

non vengono notati, smettono di esistere per 

gli altri. Negli studi che abbiamo fatto al

 Minotauro, non sono emerse connessioni

 importanti con il bullismo”.


Ci sono dei campanelli d’allarme che

 consentono ai genitori di accorgersi del

 problema?


“All’inizio no, la passione per il computer 

e la resistenza ad andare a scuola vengono

 viste come fisiologiche dell’adolescenza. 

Non solo: il fatto che un ragazzino esca poco 

di casa tranquillizza i grandi, visto che fuori si 

pensa ci siano i pericoli. Solo quando il problema 

diventa eclatante perché il ragazzino sta male,

 ha crisi di panico e non frequenta nessuno,

 allora i genitori chiedono aiuto”.
Che percorso proponete, come psicologi?
“Il lavoro che facciamo è molto complesso 

perché spesso i ritirati non vengono in seduta. 

Li dobbiamo andare a cercare, fare visite 

domiciliari, rintracciarli sulla rete, parlare con i

 genitori e gli insegnanti. Una volta superata 

questa fase, la prognosi è spesso positiva. 

Con il terminare dell’adolescenza, in genere, il 

problema rientra.

 Ma è un percorso lunghissimo”.